L’importanza di arrampicarsi su un albero o gettarsi nel fango prima dei 12 anni

Pubblicato da: | Pubblicato il: aprile 8, 2015

AltalenaGrazie alla segnalazione di una socia di AllegraMente, vogliamo condividere con voi gli argomenti di un articolo apparso su “La Repubblica” lunedì 30 marzo 2015, dal titolo “Il tempo (perduto) dei bambini. Ecco come liberarli dallo smartphone”. Nella nostra Guida per il genitore del nativo digitale si colloca proseguendo idealmente il percorso segnato dal dott. Eddy Chiapasco nell’incontro del 24 marzo in cui ci segnalava l’importanza del tempo libero e dell’attività sportiva/sociale per i nostri figli. Traendo spunto dal lavoro di Peter Gray,  psicologo e ricercatore del Boston college, l’articolo pone l’accento sul tempo libero (perduto) dei nostri bambini e dell’importanza di “arrampicarsi su un albero, giocare alla caccia al tesoro con gli amici, fare una gara di corsa e gettarsi nel fango. Il tutto prima dei dodici anni, e non solo perché lo consiglia il National Trust inglese né perché può sembrare romantico, ma per diventare più creativi e imparare a affrontare la vita con più coraggio e autonomia di chi ha passato un’infanzia tra videogiochi e playstation, senza mai incontrare bambini sconosciuti o sfuggire alla sorveglianza dei genitori“.

Peter Gray studia da anni l’indice di creatività dei ragazzini americani attraverso l’applicazione del Test di Torrance nelle scuole d’oltreoceano e, tra il 1985 ed il 2008, ha riscontrato il suo progressivo spostamento verso la banalità: l’85% dei ragazzi risulta essere sotto la media dei loro predecessori. In sostanza i ragazzi forniscono risposte sempre più scontate e sono sempre meno in grado di avere un’elaborazione creativa per cui non riescono a fornire tante risposte, a darne di non scontate e non sanno trarre spunto da elementi diversi.

Peter Gray ha scritto “Lasciateli giocare” che è il titolo di un bellissimo articolo pubblicato sulla rivista Internazionale n° 1031, 20-26 dicembre 2013, nonchè il titolo di un libro già campione di vendite negli Stati Uniti e da poco uscito anche in Italia edito da Einaudi. Gray dice: “Oggi i bambini non hanno più tempo per giocare tra di loro. La vita a scuola e nel tempo libero è gestita e organizzata dagli adulti. Ma solo giocando possono acquisire le abilità sociali che gli serviranno da grandi: ascoltare gli altri, essere creativi, gestire le emozioni e affrontare i pericoli“.

Abbiamo estratto qualche passaggio dall’articolo del dicembre 2013 di Gray quale approfondimento e spunto di riflessione nel nostro cammino di genitori dei nativi digitali.

Negli anni cinquanta, quando ero bambino, io e i miei amici ricevevamo due tipi di educazione: quella della scuola (meno impegnativa di oggi) e quella che definisco l’educazione dei cacciatori-raccoglitori. Quasi ogni giorno, dopo la scuola, giocavamo nel quartiere con ragazzi di tutte le età, spesso fino a quando faceva buio. Giocavamo nei fine settimana e durante l’estate. Avevamo tempo per esplorare, per annoiarci ed escogitare sistemi per vincere la noia, per metterci nei guai e tirarcene fuori, per sognare a occhi aperti, per dedicarci ai nostri passatempi, per leggere i fumetti o qualsiasi altra cosa volessimo leggere a parte i libri che ci avevano assegnato i professori. Quello che ho imparato dalla mia esperienza di cacciatore-raccoglitore è stato più utile per la mia vita da adulto di quello che ho studiato a scuola. Forse, se i miei coetanei si fermassero a pensare, molti direbbero lo stesso. Da più di cinquant’anni gli statunitensi continuano a ridurre le opportunità dei loro figli di giocare, e lo stesso sta succedendo in molti altri paesi. Nel libro “Children at play. An american history”, pubblicato nel 2007, Howard Chudacof definisce la prima metà del novecento “l’epoca d’oro” dei giochi infantili. All’inizio del secolo il lavoro minorile era diminuito, quindi i bambini avevano più tempo libero. Poco a poco, a partire dagli anni sessanta, gli adulti li hanno privati di quella libertà aumentando il tempo dedicato allo studio ma, soprattutto, riducendo il tempo in cui possono giocare da soli, anche quando non sono a scuola e non devono fare i compiti. Gli sport organizzati dagli adulti hanno cominciato a sostituire quelli improvvisati e le attività extrascolastiche hanno preso il posto degli hobby. Inoltre, le paure degli adulti hanno spinto sempre più genitori a proibire ai figli di uscire da soli a giocare con gli altri ragazzi. I motivi che hanno determinato questi cambiamenti sono diversi ma, nei decenni, il loro effetto è stato una continua e drastica riduzione delle opportunità dei bambini di esplorare e giocare a modo loro”.

L’esposizione di Gray assume a tratti i contorni della denuncia vera e propria, a delineare un disegno ben preciso per privare i bambini del loro diritto al gioco. Stiamo parlando della realtà statunitense naturalmente, ma in Italia la situazione è abbastanza simile se pensiamo che da una ricerca di Save the Children emerge che solo il 6% dei bambini ha diritto di scendere in strada da solo, il 25% dei bambini ha diritto di giocare in cortile ed il 37% dei bambini cresce in una città. Paradossalmente persino giocare a calcio è difficile per i piccoli italiani visto che è proibito negli spazi condominiali ed in molti parchi pubblici. Si può praticare nelle società sportive, ma i costi e gli orari lo rendono accessibile solo a due bambini su dieci.

Il gioco è il modo migliore per apprendere le abilità sociali perché è volontario. Quando i bambini giocano sono liberi di smettere in qualsiasi momento, e se non sono contenti di certo lo faranno. Tutti lo sanno, quindi l’obiettivo di chi vuole continuare a giocare non è solo soddisfare i suoi bisogni e desideri, ma anche quelli degli altri per evitare che smettano. Il gioco di gruppo implica una serie di contrattazioni e compromessi. Se Betty è una prepotente che vuole stabilire le regole e ordinare agli altri cosa devono fare, i compagni la lasceranno sola e andranno a giocare da un’altra parte. Questo sarà un incentivo a fare più attenzione agli altri la prossima volta. Ma anche i compagni che se ne sono andati hanno imparato qualcosa: se vogliono giocare con Betty, perché ha alcune qualità che apprezzano, in futuro dovranno essere più chiari nell’esprimere i loro desideri così lei non cercherà di stabilire le regole e guastare il divertimento a tutti. Nel gioco di gruppo per divertirsi bisogna farsi valere senza essere prepotenti, e questo vale anche nella vita sociale”.

Allora vogliamo chiudere le nostre riflessioni con l’ultimo passaggio dell’articolo di “La Repubblica” del 30 marzo 2015 che, parlando a noi genitori nel rapporto con i nostri figli, dice: “Proteggerli, privarli dell’altalena o del pallone, difenderli furiosamente da qualunque sostanza possa sporcarli o contaminarli (dai piccioni alle cartacce agli animali domestici, fino ai giornali e al gelato, senza dimenticare il terrore degli insetti) e consegnare loro una tastiera di qualsiasi genere non vuole dire amarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati”. Ma soprattutto li porta a percepire la vita, e la scuola, solo come una lunga serie di ostacoli.

CLICCA QUI per leggere l’articolo completo “Lasciateli giocare” di Peter Gray…

CLICCA QUI per leggere l’articolo su “La Repubblica” del 30 marzo 2015…

Lo staff di AllegraMente.

 





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